Villa Manin di Passariano

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Venezia, fino all’arrivo dei Turchi attorno alla metà del ‘400, era sostanzialmente disinteressata a tutto ciò che non fosse il grande controllo dei traffici marittimi. E il vettore principale dei commerci era da sempre rappresentato dal Mediterraneo.

La scoperta dell’America determinò lo spostamento dell’importanza delle rotte commerciali dal Mediterraneo orientale, di tradizionale controllo veneziano, a quello occidentale, sotto l’egida della Spagna: dal 1492 in poi, il potere effettivo della Serenissima inizia il suo periodo di declino, in stretta correlazione con l’importanza che il Nuovo Mondo stava progressivamente acquisendo.
Il mare di prima non era più la fortuna definitiva per Venezia, che intuì subito l’importanza dell’entroterra, iniziando a considerarlo come terra vergine di conquista.
Le energie produttive, da quel momento in poi, divennero parzialmente quelle fornite dal mondo agricolo e lo stretto controllo anche giuridico di questa ‘nuova’ fonte di sussistenza, slegata dai commerci, diveniva dunque centrale.

Un mondo agricolo che doveva necessariamente appoggiarsi a grandi fabbriche per la produzione, la lavorazione e lo stoccaggio dei prodotti della terra: nacquero così le grandi ville venete, che mescolavano il modello urbano della dimora gentilizia a quello rurale della fabbrica agreste, trovando il loro apice espressivo nel genio dell’architetto vicentino Andrea Palladio, protagonista assoluto del Rinascimento italiano.

La sontuosa residenza dogale di Passariano, o ‘Fabrica di Persereano’, nasce proprio con questo preciso intento verso la fine del ‘600, sull’impianto di un precedente edificio, già di proprietà dei Manin. Un punto decisamente strategico per gli spostamenti delle merci, tra il fiume Stella e le strade che conducono verso nord.

Ispirata espressamente ad alcune suggestioni di Versailles, tspetta all’architetto luganese Domenico Rossi il compito di definire, nel primo ‘700, l’aspetto contemporaneo dell’edificio: negli intenti della committenza, doveva rivaleggiare per opulenza con le dimore reali europee e presentare alcuni tratti distintivi unici, come lo spettacolare effetto scenico delle esedre, con diretti rimandi all’operato di Gian Lorenzo Bernini per il colonnato romano di Piazza San Pietro.

Ma la villa, come accennato, non rappresentava  unicamente la grandezza di una famiglia, ma era un vero e proprio centro produttivo, annoverando tra i vari impianti anche la presenza di fornaci e mulini.

In questa sontuosa residenza si compì uno degli atti più significativi per la storia d’Europa: la firma del trattato di Campoformido, tra il generale Napoleone Bonaparte, comandante in capo dell’Armata d’Italia, e il conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl, in rappresentanza dell’Austria.

Un trattato che, nel suo sesto articolo,  sancisce la fine definitiva della Serenissima Repubblica di Venezia, dichiarando che ‘la Repubblica francese acconsente a che Sua Maestà l’imperatore dei Romani, re d’Ungheria e di Boemia possieda in tutta sovranità e proprietà i paesi qui di seguito menzionati: l’Istria, la Dalmazia, le isole già veneziane dell’Adriatico, le bocche di Cattaro, la città di Venezia […]’

Anno Domini 1797.

Tramontava così per sempre la Repubblica di Venezia, nata come tradizione vuole nel 697 con il primo Doge Paolucio Anafesto, perdurata per ben 1100 anni e passata alla storia come più longeva repubblica.

Ma chi era Lodovico Manin, ultimo Doge della Serenissima?

Era il 30 aprile del 1797, quando Lodovico Manin prese atto della grave situazione in cui stava precipitando Venezia, con le truppe napoleoniche accalcate lungo i confini lagunari. Napoleone pretendeva di destituire la corrente oligarchia con un regime democratico, supportato da un cospicuo contingente di milizie. Pochi giorni dopo, il 12 maggio, il Maggior Consiglio, organo supremo della Serenissima, si riunì per deliberare sulle future sorti e acconsentì alle richieste del generale francese. Al termine di quest’ultima seduta, Manin si tolse il corno dogale, simbolo dell’autorità suprema.

Persona coltissima, discendente d’una famiglia di origini toscane, Lodovico entrò a far parte del Maggior Consiglio e fu eletto capitano di Venezia. Grazie alla sua fitta rete di clientele e alla ricchezza della sua famiglia, fu eletto Doge nel 1789, ereditando una situazione interna non facile, connotata da una carenza di soggetti capaci di governare al meglio la repubblica e inserita in uno scenario internazionale in cui conveniva assumere posizioni di neutralità.

Dopo il passaggio all’Austria, entrò a far parte di una delegazione, giurando fedeltà al nuovo governo e spegnendosi poco dopo, nel 1802, quando le immense fortune della famiglia erano state in larga parte confiscate.

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